I gelsi ai tempi dei Dogi

Quando Venezia dominava il Mediterraneo, il gelso iniziò a diffondersi nelle campagne venete, diventando una risorsa fondamentale per la produzione della seta.

Pubblicato il 29 settembre 2026 · lettura di circa 3 minuti

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Edoardo Demo
Professore ordinario di Storia economica, Università di Verona. Studioso della storia economica e sociale dell'Italia del Rinascimento.

Per comprendere il legame tra il gelso e la seta, bisogna partire da un piccolo protagonista: il baco da seta. Le sue larve si nutrono delle foglie del gelso prima di produrre il bozzolo dal quale viene ricavato il prezioso filo. Per questo, la diffusione della coltivazione del gelso andò di pari passo con quella della bachicoltura.

Inizialmente Venezia acquistava la seta da Bisanzio e probabilmente si limitava a importarla. La situazione cambiò tra il XIV e il XV secolo, quando la Serenissima consolidò il proprio “Stato da Terra”, cioè i territori dell’entroterra sotto il suo dominio. Proprio qui iniziarono ad affermarsi l’allevamento dei bachi e la produzione della seta.

Il gelso, un “tesoro della comunità”

Nel XV secolo si diffuse il gelso bianco (Morus alba), proveniente dalla Cina e particolarmente adatto al clima dell’Italia settentrionale. Nel Vicentino la coltivazione dei gelsi e l’allevamento dei bachi da seta erano presenti già all’inizio del Quattrocento, soprattutto nell’area pedemontana.

L’attività divenne così importante per l’economia locale che, nel 1488 e nel 1495, il doge Agostino Barbarigo la definì la principale fonte di sostentamento dei vicentini e un vero “tesoro della comunità”.

Anche nel Veronese il gelso aveva acquisito un grande valore. Lo dimostra una curiosa testimonianza dell’epoca: un’ordinanza del Comune di Verona del 24 marzo 1495 arrivava a minacciare la perdita di un occhio a chi avesse rubato un gelso.

Filare di gelsi in un campo

Tra Cinquecento e Seicento la produzione continuò a crescere. Nei primi anni del Seicento lo “Stato da Terra” arrivò a produrre circa 150.500 chilogrammi di seta grezza, facendo della terraferma veneta la principale produttrice dell’Italia centro-settentrionale.

Il gelso divenne così anche parte del paesaggio rurale veneto. Era infatti presente nella tradizionale “piantata alla veneta”, un sistema agricolo caratterizzato da campi circondati da filari di viti e gelsi. La gelsibachicoltura promossa dalla Serenissima sopravvisse anche alla caduta di Venezia nel 1797, continuando ad avere un ruolo nell’agricoltura italiana almeno fino alla Prima guerra mondiale.

Il gelso racconta così una storia che va oltre la produzione della seta: quella di un’attività economica che, per secoli, contribuì a dare forma alle campagne e al paesaggio del Veneto.

Le pagine dell'articolo su Vita in Campagna, n. 7-8/2021
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